ArchaeoAstronomy, Introduction

L'Archeoastronomia: definizione, oggetto, metodo e finalità

Attualmente gli studiosi chiamano Archeoastronomia (taluni scienziati preferiscono Astroarcheologia o anche Paleoastronomia) la scienza che, tramite l’analisi dei reperti archeologici che presentano una qualche rilevanza astronomica, studia l’esistenza di un'attività di osservazione e studio dei corpi celesti da parte di individui appartenuti alle culture antiche, europee ed extraeuropee.

Immagine: tumulo di Newgrange, Contea di Meath, Irlanda, 3200 a.C. (public domain, author: Jon Sullivan, source: Pixnio free via Wikimedia Commons).

Per Archeoastronomia possiamo quindi intendere la disciplina che si occupa dello studio e della comprensione delle conoscenze astronomiche diffuse presso i popoli antichi in tutte le loro forme e aspetti, e del loro rapporto con la vita sociale, religiosa e rituale all'interno delle antiche comunità.

Dato questo aspetto, alcuni preferiscono usare il termine “Astronomia Culturale”. Gli archeologi si sono resi ben presto conto che l’osservazione del cielo ha giocato inevitabilmente un ruolo di primissimo piano nello sviluppo sociale e culturale delle varie civiltà antiche, partendo addirittura dal Paleolitico, quando ancora il concetto di civiltà è difficile da applicarsi. Forse non ci si deve meravigliare più di tanto che il cielo con i suoi fenomeni abbia attirato lo sguardo curioso, ma nello stesso tempo timoroso, degli uomini fin dai tempi più remoti. È invece rilevante che sia esistita una tendenza a produrre dei reperti archeologici basata su tale osservazione, che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, e che, quindi, possono essere accuratamente studiati. Noi ci rendiamo conto di aver attualmente accesso a un bagaglio di informazioni di rilevanza astronomica, congelate e codificate nei vari reperti archeologici, e spesso non conosciamo la chiave per decodificarle.

Reperti: disponibilità ed analisi

I reperti che abbiamo a disposizione non si limitano solo ad allineamenti di monoliti o buche in cui in origine erano infissi dei pali, ma sono costituiti anche da strutture complesse quali monumenti, pozzi, templi e santuari, che furono ideati, costruiti e utilizzati tenendo ben presente la direzione del sorgere e tramontare della Luna, del Sole o delle stelle più luminose visibili ad occhio nudo in talune stagioni.  

Immagine: veduta del complesso megalitico di Carnac (Bretagna, Francia) con vasti campi di menhir e dolmen.

È chiaro che proprio i periodi stagionali, con tutte le loro implicazioni sociali ed economiche, furono presto messi in relazione con gli eventi celesti i quali, succedendosi regolarmente con precisa periodicità, servirono da sicuri e affidabili strumenti predittivi ai fini della pianificazione delle scadenze agricole e pastorali. Approfondendo le ricerche ci si accorge ben presto che la sopravvivenza stessa di una comunità durante il Neolitico, l’Eneolitico o l’età del Bronzo poteva essere strettamente legata al grado di conoscenza acquisita da taluni esponenti, usualmente appartenenti alla classe sacerdotale, del cielo e dei fenomeni ciclici ad esso connessi. È chiaro che doveva essere importante identificare permanentemente punti rilevanti sull’orizzonte, in corrispondenza dei quali era possibile osservare il sorgere o il tramontare di taluni corpi celesti durante l’anno. Se il sorgere di una particolare stella poteva essere associato ad un periodo in cui una determinata pratica agricola doveva essere eseguita, per esempio la semina, ecco che il fenomeno astronomico diveniva un indicatore temporale preziosissimo che avrebbe in futuro permesso di seminare nei tempi e nei modi ottimali ai fini di un buon raccolto, evitando quindi potenziali carestie che avrebbero messo a repentaglio la sopravvivenza della intera comunità.

Vediamo, quindi, che l’osservazione astronomica diffusa tra le antiche culture e di cui oggi troviamo abbondante traccia nei reperti archeologici, è la naturale espressione di una fondamentale esigenza: quella della sopravvivenza. Questo giustifica l’universale diffusione che l’Astronomia ha avuto, sotto differenti aspetti, presso tutte le antiche culture che si svilupparono sul pianeta. Gli studi con tecniche moderne sulle testimonianze astronomiche lasciate dai nostri predecessori ci hanno permesso di legittimare le teorie sull’esistenza di una cultura astronomica presso le civiltà fin dall’epoca paleolitica ed eneolitica, cioè per periodi  anteriori al  10.000 a.C. Lo studio di reperti dal punto di vista archeoastronomico a volte può fornire indicazioni utili anche alla discussione di problemi astronomici e astrofisici attuali, come il valore del rallentamento della rotazione della Terra, la distribuzione statistica dei passaggi di comete o delle esplosioni di supernove, su periodi di tempo dell’ordine di grandezza delle decine di secoli.

Metodologia della Scienza Archeoastronomica

Lo studio dell’Archeoastronomia si basa su fonti che devono essere il più possibile oggettive, evitando il rischio di vedere tracce di Astronomia in qualsiasi reperto archeologico. Esistono sostanzialmente tre tipi di fonti cui si può fare riferimento: i reperti oggettivi, i reperti scritti intesi in senso generale e i reperti etnografici.

Immagine: esempio di arte figurativa e simbolica relativo alle incisioni di teste di cavallo su ossa di renna (15.000/11.000 a.C.) rinvenute nella famosa Grotta del Mas d’Azil scavata dal fiume Arize nel massiccio del Plantaurel (regione Midi-Pyrénées, Francia), e abitata sin dalla Preistoria (credits immagini dall'alto: Hadingham, E., "Secrets of the Ice Age", 1979, Marboro Books; "Spectacles Sélection" web portal. Fonte: Donsmaps di Don Hitchcock, http://donsmaps.com/).

Esistono sostanzialmente tre tipi di fonti cui si può fare riferimento: i reperti oggettivi, i reperti scritti intesi in senso generale e i reperti etnografici.

I reperti oggettivi sono quelli fisicamente accessibili, che possono essere ispezionati, rilevati, studiati e misurati. Tra questi abbiamo ad esempio i monumenti megalitici diffusi in tutta l’Europa centro-occidentale, i santuari dell’Età del Ferro, prevalentemente costruiti dai Celti, le necropoli risalenti all’Età del Bronzo, a quella del Ferro e ai periodi romano e altomedioevale.

I reperti scritti comprendono tutto ciò che è stato direttamente registrato mediante la scrittura o quantomeno le arti figurative. Tra di essi, considerati in senso generale, troviamo i testi antichi redatti mediante scrittura vera e propria, i petroglifi e le incisioni rupestri che rappresentano pur sempre una importante forma espressiva, e i calendari redatti in forma oggettiva.

Rimangono poi da considerare i reperti etnografici, i quali comprendono tutto il bagaglio di conoscenze e tradizioni popolari tramandate spesso solo oralmente di generazione in generazione e giunti in questo modo fino ai giorni nostri. In questo caso l’informazione contenuta è andata via via modificandosi ogni qualvolta sia avvenuto il processo di trasmissione orale da una generazione alla successiva. Questo fatto ha purtroppo contribuito talvolta a corrompere parzialmente o totalmente il contenuto originale di informazione. È spesso possibile trovare tracce di questi reperti interrogando le persone anziane che vivono nelle campagne riguardo ai metodi pratici di misura del tempo e alle antiche festività agricole e pastorali.

L’analisi dei reperti oggettivi deve essere comunque accompagnata da una contemporanea e adeguata conoscenza dei corrispondenti aspetti etnografici propri della cultura presso cui sono stati prodotti. Il punto di partenza base di qualsiasi speculazione in campo Archeoastronomico è la conoscenza del cielo visibile all’epoca in cui il reperto fu prodotto e nel luogo in cui il reperto è (o era) fisicamente ubicato. Varia e complessa è la problematica relativa alla simulazione del cielo visibile presso un dato punto del pianeta ed in corrispondenza di una determinata epoca generalmente molto remota. Prima di tutto è necessario avere a disposizione un buon simulatore delle posizioni degli oggetti celesti capace di trasporre le posizioni da un’epoca all’altra in maniera sufficientemente accurata. Per quanto riguarda il Sole e le stelle esistono dei buoni algoritmi di calcolo, ma per la Luna la situazione è molto più complicata a causa delle irregolarità e della complessità del suo moto. In ogni caso una ricerca seria deve presupporre sempre una conoscenza molto approfondita del software che viene utilizzato per eseguire le simulazioni e delle sue caratteristiche, pena arrivare a conclusioni completamente errate. Un altro potente mezzo di indagine è rappresentato dall’applicazione delle tecniche statistiche all’analisi dei reperti. L’analisi statistica è però possibile solamente qualora il numero dei campioni che costituiscono l’insieme dei reperti sia sufficientemente elevato, ovvero i campioni disponibili devono essere statisticamente significativi. Se il numero dei campioni è limitato viene violato uno dei requisiti fondamentali per poter applicare le tecniche statistiche ed è ben difficile riuscire ad ottenere risultati degni di fede. La carenza di campioni è un problema cronico in Archeoastronomia.

Modello schematico delle fasi della ricerca archeologica

Breve Storia dell'Archeoastronomia

L’Archeoastronomia è una disciplina relativamente giovane in quanto nasce solo intorno al XVI e XVII secolo, quando alcuni studiosi incominciarono ad intravedere l’esistenza di possibili collegamenti astronomici nei reperti litici quali i monumenti megalitici sparsi per tutta l’Europa settentrionale e occidentale, nelle piramidi egizie o in altre costruzioni risalenti al Neolitico e all’Età del Bronzo. L’interesse per queste cose, seppur in misura limitata, continuò anche nel XVIII e XIX secolo. Uno dei maggiori studiosi fu l'Inglese Sir Norman Lockyer, che, intorno alla metà del 1800, portò a termine alcune ricerche sulle piramidi egizie e sui monumenti megalitici europei, suggerendo la loro possibile orientazione astronomica nel “The Dawn of Astronomy” pubblicato nel 1898. 

Immagine: diagramma del sito megalitico di Stonehenge con il posizionamento delle pietre erette e di altre strutture come potevano apparire intorno al 1550 a.C.

Lockyer fu praticamente il primo studioso che affrontò il problema mediante strumenti matematici e non solamente utilizzando mezzi puramente filologici. Le ricerche e i risultati ottenuti dal fisico e astronomo britannico, a cui tra l’altro dobbiamo la scoperta delle righe dell’Elio nello spettro solare, non furono presi in seria considerazione anche per il fatto che egli propose l’Astronomia come metodo indipendente di datazione dei reperti, cosa questa che sappiamo essere possibile solamente in un ristrettissimo numero di casi. La datazione dei reperti archeologici sulla base del riconoscimento della presenza di correlazioni con gli eventi astronomici avvenuti durante l’antichità è caratterizzata generalmente da un margine d’errore talmente elevato da rendere questo metodo quasi completamente privo di utilità.

Gli studi conobbero un nuovo sviluppo negli anni intorno al 1960, durante i quali personaggi quali gli Inglesi Michael Hoskin e Alexander Thom, l’Americano Gerald Hawkins e altri diedero nuova vita a questa disciplina con il supporto di nuove scoperte archeologiche e di nuovi metodi di indagine. In questo periodo le metodologie di rilevazione e di analisi si arricchirono di un nuovo strumento di lavoro, il computer, il quale permise di generare facilmente cataloghi di stelle le cui coordinate potevano essere trasposte in blocco molto indietro nel tempo, in relazione alla datazione dei siti di interesse archeoastronomico ottenuta mediante nuove tecnologie, quali quella ad esempio che si basa sul tempo di dimezzamento del C14, un isotopo del Carbonio.

Considerando le metodologie e le tecniche utilizzate durante quegli anni rileviamo la generale e diffusa tendenza a sopravvalutare le capacità astronomiche degli uomini antichi. Infatti vagliando la letteratura dell’epoca si ha spesso l’impressione che, più che mettere in risalto ciò che gli esponenti delle antiche culture avevano imparato ed erano correntemente in grado di fare nel campo dell’Astronomia, gli studiosi tendano a riflettere il loro bagaglio culturale astronomico moderno nel modo di intendere la Scienza del Cielo proprio degli antichi. Questo fatto fu messo in evidenza negli anni ’70, inizialmente da Clive Ruggles in Inghilterra e da Antony Aveni negli Stati Uniti, e attualmente l’atteggiamento degli archeoastronomi si è decisamente modificato, permettendo una visione più chiara e un’interpretazione maggiormente costruttiva dei reperti e dei siti archeologici astronomicamente importanti.

Errori da evitare

La rilevazione e la analisi dei reperti archeologici che presentano qualche caratteristica di interesse astronomico, come possono essere ad esempio i numerosi monumenti megalitici risalenti al Neolitico, all’Età del Bronzo, e i numerosi santuari Celti dell’Età del Ferro sparsi per tutta l’Europa, deve essere eseguita tenendo conto di alcuni fatti fondamentali.

Immagine: veduta del circolo megalitico di Drombeg nella Contea di Cork, Irlanda (copyright: Rosario Fiore, fonte: Flickr, licenza creative commons 2.0).

Il problema di riconoscere nei reperti oggettivi alcune caratteristiche che potrebbero far pensare alla codifica di un bagaglio di conoscenze astronomiche diffuse tra coloro che idearono e produssero il reperto è molto insidioso. Spesso è quasi immediato assegnare una importanza astronomica a qualsiasi allineamento di pietre o buche di palo rilevato all’interno di un sito archeologico, ma in realtà solamente una ridotta frazione degli allineamenti possibili è da ritenere astronomicamente significativo.

Non è insolito il fatto che se disponiamo a caso un certo numero di marcatori su una superficie piana e ne effettuiamo l’analisi alla ricerca di orientazioni astronomicamente significative, simulando al computer il cielo visibile nel passato, è possibile trovare qualche epoca plausibile durante la quale i marcatori avrebbero indicato alcuni importanti allineamenti diretto verso i punti sull’orizzonte di sorgere o tramontare di qualche astro significativo. La ragione di tutto ciò risiede nel fatto che senza la disponibilità di una datazione sufficientemente accurata della frequentazione del sito archeologico, non è possibile trarre alcuna conclusione sensata sulla reale destinazione e sul reale utilizzo di quel sito in epoca remota. Generalmente la datazione che permette agli archeologi di collocare nel tempo passato un reperto è spesso accurata solamente a qualche secolo in più o in meno. Questo margine d’errore risulta spesso fatale ai fini della interpretazione affidabile del sito in chiave archeoastronomica qualora i possibili “targets” siano di tipo stellare, mentre non esistono grossi problemi se i possibili allineamenti sono di tipo solare e lunare.

La datazione è solo uno dei problemi che si incontrano quando si deve eseguire un’analisi archeoastronomica. In effetti si possono commettere diversi errori quando si inizia uno studio di un sito; riassumiamo come segue il modo di operare corretto:    

  1. Non si deve vedere astronomia in qualsiasi sito archeologico.
  2. Non bisogna trascurare la documentazione precedente relativa allo studio del sito in esame.
  3. Documentarsi sulla storia della cultura che costruì e visse nel sito.
  4. Ricordarsi che l’archeoastronomia è interdisciplinare, quindi non si deve pensare di rispondere a tutti i quesiti delle altre discipline con l’astronomia.
  5. Non datare un sito con lo studio archeoastronomico.
  6. Evitare di eseguire rilievi senza avere pianificato prima le cose da fare.
  7. Usare programmi di simulazione dei cieli che siano stati testati in precedenza, soprattutto per l’affidabilità dei dati per l’epoca presa in esame.
  8. Usare una strumentazione adatta e metodi rigorosi.

Mancanze in questi punti sono alcuni degli “errori” che si riscontrano più facilmente quando si leggono articoli di archeoastronomia, e ciò può aver contribuito a dare scarsa credibilità a una disciplina che richiede il massimo rigore scientifico. Infine è importante ricordare che uno studio archeoastronomico presenta un grado di incertezza dal quale non possiamo prescindere, in quanto non sapremo mai cosa volevano veramente fare gli antichi autori, in special modo se la documentazione in nostro possesso è scarsa, come nella maggioranza dei casi presi in esame.

Conclusioni

L’Archeoastronomia non è in grado di fornire certezze sulla reale volontà da parte degli antichi di costruire monumenti, tombe  o altro con orientazioni astronomiche ben precise, così come di rappresentare su massi, monete o vasellame dei fenomeni celesti importanti. In alcuni casi si hanno delle evidenze scritte ma nella maggioranza dei casi dobbiamo lavorare con una incertezza intrinseca irrinunciabile. Anche in questi casi abbiamo visto che nuove tecniche come la logica fuzzy o le reti neuronali ci mettono nelle condizioni migliori per non compiere due errori grossolani: il primo è di vedere astronomia in qualsiasi reperto e il secondo di credere che questi popoli lavorassero come degli scienziati moderni con l’intento di raggiungere la migliore precisione possibile. E' comunque certo che lo studio dei corpi celesti fu per queste genti uno strumento essenziale, permettendo di organizzare la loro vita in sinergia con la natura. L’Archeoastronomia è disciplina fondamentale per lo studio e la valorizzazione delle conoscenze astronomiche diffuse tra le popolazioni antiche e del loro rapporto con la vita sociale, religiosa e rituale.

Immagine: veduta delle Piramidi di Giza, Egitto (public domain, source: Pinterest).

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